VITA, Venerdì, 16 marzo 2001

Donne afghane,
se potessero parlare

di Redazione (redazione@vita.it)

Habiba e Mariam sono fuggite da Kabul. Ribellatesi alla dittatura dei Talebani, oggi raccontano la loro tragedia silenziosa: quella di una vita sottoposta a terribili vessazioni


«Sono uscita di casa per andare a comprarmi un paio d'occhiali poiché mi è calata la vista negli ultimi mesi; una volta entrata nel negozio ho alzato il burqa per provarne un paio. In quel momento è entrato un appartenente alla milizia talebana urlando e inveendo contro di me. Stavo mostrando il volto, mi ero permessa di alzare il burqa per compiere un atto naturale e spontaneo in quella situazione, semplicemente provare degli occhiali: alle donne afghane non è concesso. Sono stata subito picchiata, colpita ripetutamente con una spranga di ferro insieme al negoziante, accusato di ammirare impunemente il viso scoperto di una donna».

Chi descrive questa atroce esperienza si chiama Habiba, è afghana e rappresentante dell'Humanitarian Assistance for Women and Children of Afghanistan - Hawca. Si trova in Italia, insieme a Mariam e Gathol della Revolutionary Association of the Women of Afghanistan- Rawa, per partecipare all'evento “Sotto lo stesso Cielo”, un tour di conferenze in moltissime città italiane organizzato da Amnesty International e dall'Associazione Donne in Nero. Mentre Habiba parla i suoi occhi rimangono sempre sereni, anche quando svela che nel novembre del 1996 ha dovuto abbandonare all'improvviso la sua casa a Kabul, il posto d'insegnante presso il dipartimento di Medicina dell'Università, alcuni parenti e raggiungere Peshawar, in Pakistan, per sfuggire ai Talebani che, dopo aver invaso l'Afghanistan, si apprestavano a conquistare la capitale. Il suo sguardo s'intristisce, però, quando a raccontare è Mariam, fuggita a sua volta da Kabul, purtroppo senza il padre, ucciso durante uno scontro con le truppe talebane; il padre di Mariam era un uomo amante della libertà, quella libertà di cui il popolo afghano sembra quasi non ricordare più il significato. Nonostante Mariam abbia 26 anni e Habiba 42, le due donne sono accomunate da una caratteristica unica e infamante, bollate con un marchio indelebile: sono donne. Donne la cui situazione è oggi a dir poco tragica, anche se è importante, precisa Habiba, sottolineare che «la condizione femminile ha iniziato a peggiorare sensibilmente già con la fine della dominazione russa nel 1989 quando si sono scontrate diverse fazioni afghane di mujihaiddin che volevano ottenere il controllo del Paese, ed hanno imposto alle donne le prime restrizioni: nell'abbigliamento, per esempio, diventa obbligatorio il burqa, diverso dal chador algerino poiché questo copre interamente la persona». Rimane, tuttavia, ancora la possibilità per tutti di frequentare la scuola e lavorare, anche se i combattimenti s'intensificano sino al 1994 quando i Talebani conquistano progressivamente il paese (nel '96 sono a Kabul) fino a raggiungere il controllo del 90% del territorio: da subito vengono imposte restrizioni a particolari gruppi della popolazione come le minoranze etniche (Tajik, Uzbek e Hazara), i difensori dei diritti umani, le donne. Alle donne è vietata ogni forma di lavoro, non possono accedere all'educazione scolastica o ad alcun'altra forma d'istruzione, l'accesso ai servizi sanitari, peraltro precari, è quasi nullo. «Le donne oggi in Afghanistan», spiegano Habiba e Mariam, «possono uscire di casa solo accompagnate da un parente maschio, non hanno diritto di associazione o parola, devono portare sempre il burqa, non possono usare trucco e scarpe con il tacco in quanto non si deve sentire il passo di una donna ed è prevista la fustigazione pubblica per coloro che mostrano le caviglie». Ed è un dramma quotidiano che sconvolge l'esistenza nel profondo, tanto che, confessa Habiba, «quando ero bambina era possibile andare a scuola, oggi alle scuole madras accedono i maschi cui sono insegnate solo materie religiose secondo una severa interpretazione della legge islamica. Quando ero bambina era possibile accedere agli uffici pubblici, oggi se una donna si presenta da sola può essere picchiata sul posto. Quando ero bambina era possibile mostrare il proprio volto, oggi se scopri un braccio pagando un venditore a l mercato puoi essere lapidata».

Anche se sono riuscite a scappare da quest'inferno queste donne non rinunciano ad aiutare il loro popolo, rischiando la vita ogni giorno. Una ha da poco trascorso tre mesi a Kabul, entrando in Afghanistan clandestinamente proprio grazie al burqa. Quel sarcofago che seppellisce la donna, è stato utilizzato per scopi opposti: mantenere i contatti con quelle donne che non hanno potuto fuggire e necessitano di tutto, dall'assistenza medica all'alfabetizzazione. A fare da sfondo, la tragedia più grande della guerra civile. Un conflitto dimenticato dal mondo e che non è mai terminato, anche perché Usa, Gran Bretagna, Francia e Pakistan, da un lato, India e Russia dall'altro, continuano ad armare le fazioni.

Info: www.amnesty.it




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